Un tè nel deserto con i Saharawi. Note dal taccuino del viaggiatore.

Saharawi, il paese che non c’è.

Prima di partire guardo e riguardo l’atlante. Penso che sia datato, del resto chi ne possiede uno nel 2018? Allora cerco online ma nulla. Non c’è traccia della Repubblica Arabo democratica del Saharawi. Ufficialmente non esiste.

Da circa trent’anni il popolo Saharawi vive in campi profughi improvvisati tra Marocco e Algeria. Coraggiosamente difende la propria identità senza accettare di piegarsi alle pretese di annessione da parte del Marocco, interessato a sfruttare le notevoli riserve di fosfati presenti nella zona.

I Saharawi sono una popolazione musulmana di origine Berbera. Sono nomadi del deserto e abituati a vivere in tribù matriarcali. A modo loro, per le vicende politiche degli ultimi trent’anni, che li hanno divisi tra campi profughi e paesi stranieri, sono ancora un popolo nomade, in “transito”verso quella indipendenza in cui ancora credono strenuamente.

Il deserto. E il tè.

Inizio il mio primo viaggio nel deserto. La guida mi guarda e mi dice che non avrò bisogno del bagaglio che ho portato. Lo ignoro, poi capisco che è un gentile invito a sbarazzarmene. Sono sconvolta ma ho poca scelta. Parto con delle buone scarpe e i vestiti che indosso.

Siamo diretti all’accampamento Saharawi di Smara. Il contrasto con le strade colorate caotiche e piene di vita di Marrachech non potrebbe essere più sconvolgente.Viaggiamo in silenzio in quello che a me sembra un nulla dorato. Mi sento svanire piano piano nel nulla e nel colore.

La guida intanto mi spega cosa accadrà una volta arrivati. Ci attende la cerimonia del tè. La mia indiferrenza fa subito capire alla guida che ne ignoro funzione e significato. In un luogo ostile come il deserto, in cui gli alcolici per motivi religiosi sono banditi e l’idratazione è fondamentale, il tè ha un’incredibile importanza. Riunirsi per il tè è l’occasione per fermarsi, darsi una carica e soprattutto divulgare notizie. In origine era un momento fondamentale per la trasmissione della tradizione orale, oggi una sorta di telegiornale.

In men che non si dica eccomi qui, circondata dalle donne di Smara a bere tè.  La cerimonia è lunga e complicata. Non si usa un'acqua qualsiasi. Il tè viene filtrato più volte, poi aggiunto lo zucchero. Tradizione vuole che venga offerto per tre volte. La prima tazza amara come la vita, la seconda dolce come la morte, la terza dolcissima come l’amore. Non è possibile non accettare l’offerta e  se il tè viene offerto una quarta volta l’ospite deve congedarsi.

 Deraa e melhfa

Un paio di uomini si aggirano frettolosamente mentre prendiamo il tè. I loro vestiti attirano la mia attenzione, chiedo immediatamente alla mia guida il nome degli abiti che indossano.

A rispondermi è invece una giovane donna seduta accanto a me. Nata in un campo rifugiati in Saharawi, come molti giovani ha studiato in Spagna e mastica l’inglese.  

Gli uomini indossano di solito un daraa, una tunica simile al gandoura marocchino con degli spacchi laterali per meglio sopportare le roventi temperature del deserto. Il daraa è indossato con i tipici pantaloni quandrissi.

Ma ciò che più mi incuriosisce ora ovviamente è capire cosa indossano le donne. Mi guardo in giro e la la mia giovane amica mi spiega subito che tutte indossano un melhfa.

Non si tratta d’altro che un ampio taglio di stoffa di forma rettangolare. Tradizionalmente nero o blu, ora si trova nei più svariati colori e fantasie. Vere e proprie opere d’arte.

Ci sono letteralmente centinaia di modi per indossare un melhfa, anzi probabilmente ogni donna ha il suo. Ridendo la ragazza mi confida che la cosa più difficile è trovare l’abbinamento adatto ai vestiti sottostanti. E così dicendo mi fa spiare i jeans che indossa.

Mi svela anche un trucco: se si raccolgonoi capelli in uno chignon alto è più facile far cadere il melhfa e sistemarlo sul corpo in modo armonico.

Molto più di un simbolo religioso, i differenti colori del melhfa indicano appartenenza a determinate tribù. L’origine di ogni capo d’abbigliamento è sempre legata alla funzione protettiva, concetto che spesso viene meno in occidente ma fondamentale nel deserto.  Il sole del deserto da mezzogiorno alle cinque non può essere affrontato senza protezione. Per non parlare del vento e della sabbia.

I melhfa  è parte integrante dell’identità saharawi e le donne lo indossano con vero orgoglio.

Come resistere al fascino del melhfa e alla possibilità di declinarlo in mille modi? Abiti dal mondo  si  è inspirato a queste incredibili stoffe creando una capsule collection in edizione limitata. Per toccare con mano Il frutto di questa  cooperazione internazionale visitate il nostro negozio di Taranto. E che il vostro viaggio nel deserto abbia inizio.